Mums: narrare le migrazioni attraverso le voci delle mamme
Nel dibattito sulle migrazioni la voce di chi resta a casa manca totalmente.
Cosa pensano le madri aggrappate per mesi a un telefonino che non squilla? Come scorre la vita quotidiana di donne che non conoscono le sorti dei propri figli partiti per dare una mano alle famiglie? Cosa significa per una mamma ricevere la notizia della morte del proprio ragazzo?
Per questo è partito Mums, un progetto che punta a gettare nel dibattito la prospettiva delle mamme dei migranti, con i loro sentimenti, le insonnie, l’ossessione del pensiero della morte dei propri figli o, spesso, la certezza di una fine tragica.
Da dove nasce l'idea
Quando si parla di migrazioni e migranti, non si tiene conto di elementi fondamentali. Innanzitutto si trascura di ricordare che a causa di un durissimo sistema di gestione del fenomeno, è diventato sostanzialmente impossibile per chiunque provenga dal Sud globale, entrare legalmente in Europa: l’unico tour operator, purtroppo, restano i trafficanti. Ma spesso, inoltre, ci si dimentica che dietro a chi parte ci sono legami, affetti, amori, sentimenti. Come se chi lascia i propri contesti per affrontare viaggi infernali, fosse un essere senza storia, senza cultura, senza lacerazioni e distacchi.
L'obiettivo di MUMS è proprio umanizzare la narrazione delle migrazioni e raccontare il fenomeno, al di là di statistiche e numeri, attraverso volti, voci ed emozioni.
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Mali
A settembre 2025 siamo andati in Mali, missione organizzata con la facilitazione di Abarekà Nadree, una realtà che si occupa di empowerment femminile. Io e un filmmaker - Tommaso Matteocci - abbiamo raccolto le testimonianze di cinque madri che hanno perso i figli mentre tentavano la traversata del Mediterraneo o dell’Oceano Atlantico, tra la Mauritania e la Spagna, oltre a quelle di sorelle, figlie, mogli rimaste senza i propri cari.
Gambia
La prima missione di ‘Mums’, invece, si era svolta in Gambia nel settembre 2024. In quell'occasione sono stato affiancato da un team di Irpimedia (una filmaker - Federica Bonalumi - e una giornalista - Carlotta Indiano). Abbiamo intervistato quattro mamme di altrettanti ragazzi giunti in Italia negli anni scorsi, e attualmente residenti e lavoratori nel nostro paese.
Entrambe le missioni sono state sostenute dal Coordinamento Nazionale Comunità per Minori.
Etiopia
A febbraio 2026, invece, siamo andati in Oromia, Etiopia, da dove partono tantissimi giovani verso i Paesi del Golfo. Percorrono la cosiddetta Eastern Route, una rotta pericolosissima che prevede passaggi in Somaliland, Gibuti, Yemen e l’attraversamento dell’Oceano Indiano. Ogni anno ne spariscono o muoiono tanti, tutti subiscono violenze e abusi. Le mamme, le famiglie, restano in attese per mesi a volte anni senza notizie.

I volti che abbiamo incontrato
Ecco alcuni dei volti che abbiamo incontrato durante le missioni. Dietro a ognuno di essi ci sono storie di donne rimaste in sospeso per tempi infiniti senza sapere notizie dei propri figli, ma anche volti bellissimi, che esprimono coraggio, resistenza, amore e resilienza.
Awa

Awa, a Bamako, ci ha raccontato del figlio Mohamed Fofana, partito a 16 anni per l’Europa senza neanche avvisarla per paura di darle troppa pena. Dopo mesi e mesi di attesa, la terribile notizia: Mohamed è rimasto in mare.
Aminata
Stavo incollata ai notiziari - dice Aminata, una delle mamme incontrate in Gambia— ricordo il terrore mentre guardavo le immagini di persone morte e barche rovesciate. Quando mi arrivò la telefonata, non credevo fosse il mio ragazzo. Gorsa
Per un anno dopo che mio figlio Musa è partito - ci ha spiegato Gorsa, incontrata a Kofele, Oromia, Etiopia - non ci siamo mai sentiti. Ha ripreso a chiamarci quando è arrivato in Arabia Saudita. Come mamma ero molto preoccupata per lui e continuo ad esserlo costantemente... resta in me un’angoscia continua per molte cose.