Il mio motto è ‘Stay Human’, la famosa frase che amava ripetere il grande attivista per i diritti umani Vittorio Arrigoni. Ci credo talmente tanto da essermela tatuata sull’avambraccio.



Non è semplice rimanere umani, al di là di tutto. È una lotta che mi aiutano a combattere i miei due figli, Sara e Francesco, mia moglie Fulvia


e i tanti ragazze e ragazzi migranti, talvolta ragazzini, che ho incontrato e intervistato nella mia vita.

Nei campi profughi in Libano o in Etiopia, in transito in Tunisia o nel Maghreb, in Italia, in Europa giunti dopo odissee tragiche, spesso da soli. Oltre al dramma di violenze subite, fughe per vivere, viaggi infernali, lontananze da affetti e famiglie, e difficoltà di vivere, mi hanno sempre comunicato una passione, una curiosità umana, un romanticismo che ti fanno dire, vale la pena provarci, è meglio, nella vita, scegliere di restare umani.



Sono radicalmente antifascista, non accetto in nessun modo annacquamenti o diluzioni del tipo ‘i morti resistenti e repubblichini, sempre morti sono’. No, i morti di Salò sono morti per difendere il  MALE assoluto, gli altri per combatterlo. Insomma, antifascismo senza se e senza ma.

Sono nato al Villaggio Olimpico - un quartiere piccolo borghese di Roma, incastrato tra Parioli e Flaminio -  nel pieno boom, sono un vero baby boomer anni ’60, cresciuto senza padre. I miei, infatti, sono stati tra i primi in Italia a usufruire della legge sul divorzio. Mamma, una romagnola purosangue, più antifascista di me, mi ha fatto da padre e madre.



Di lei ho un ricordo dolce, di donna forte e fragile, con un profondo senso di giustizia. A lei, che mi cantava le arie della Madama Butterfly, ‘Un bel dì vedremo…’ per farmi addormentare e farmi capire il suo dramma di donna sola, o La Canzone di Marinella, o ancora Vedrai Vedrai, devo l’amore per la musica e l’odio per la banalità.

Sono cresciuto a pane e rock, e alternavo lo studio matto e disperatissimo (se, vabbe’…) al Liceo Classico Tito Lucrezio Caro,


alla batteria con la mia band (The Humps)


e gli allenamenti di pallanuoto. Poi sono arrivati i Clash, i Deep Purple, i Police, gli U2, i Talking Heads, Bob Marley. Crosby Still Nash and Young e la prima chitarra (imitazione) Ovation.

Per l’AS Roma sono matto, inutile provare a spiegare. Considero quel senso di appartenenza un tutt’uno con il mio essere.


Quindi per definirmi, lo ripeto spesso, sono giornalista, antifascista, romano e romanista. Sono un proletario del calcio, passionale e acceso come il giallo ocra e il rosso pompeiano. Per contattarmi va bene tutto, ma occhio al calendario,  quando gioca, anche un’amichevole, ‘uso in aereo’.

Adoro scrivere, fin da bambino. Tornavo a casa e leggevo le brutte dei temi a mia madre che, severa e tenera, mi aiutava a limare e crescere. Ha letto e corretto tutte le bozze dei miei libri, anche quelli di pura geopolitica di cui, autodidatta con la V elementare di una scuoletta della provincia di Forlì, ma lettrice voracissima e onnivora, non capiva molto. Il mio primo libro porta l’immagine della mia prima infatuazione geopolitica, l’Irlanda del Nord. Poi ho girato un po’ il mondo e indagato di contesti e fenomeni seri, sempre con la curiosità umana che considero il mio asso nella manica.

Ho fatto il musico-terapista, l’insegnate di lettere in scuole superiori, ho fatto il maestro di inglese alla materna di mia figlia, il traduttore e l’interprete, ho fatto l’adattatore a video per ‘La Storia siamo noi’ un’esperienza professionale indimenticabile. Poi sono finalmente approdato nella rada che mi attendeva da tempo, il giornalismo e la scrittura. Lavoro per La Stampa, Atlante Treccani, Agenzia Fides, Confronti; mi fanno fare inchieste e interviste per i mondi che adoro, Africa, Medio Oriente, Asia, migrazioni, diritti umani, cultura. Ho fatto reportage dall’Iraq, l’Etiopia, vari Paesi dell’Africa e dell’Asia per Radio Vaticana, Limes,  svolto inchieste nel mondo del sociale o del dialogo per Repubblica, Famiglia Cristiana, Jesus. Mi occupo anche di vaticanismo e geopolitica della Chiesa.

Ho lavorato al Parlamento Europeo e credo fermamente nell’Europa, l’Europa di Ventotene, solidaristica e antifascista. No l’Europa che festeggia il trentennale della caduta del muro di Berlino e nel frattempo erige 1000 km di muro in funzione anti-migranti.

Faccio ufficio stampe e comunicazione per bellissime realtà sociali, culturali, cooperativiste.

Se volete farmi rilassare, fatemi cucinare. I miei hobby sono chitarra, batteria, leggere (Philip Roth, Toni Morrison ed Elsa Morante senza rivali), scrivere e, quotidianamente, appunto, la cucina.

Ho viaggiato in tutti i continenti tranne l’Australia





ma quando sono in Africa, per lavoro, tendenzialmente da solo, mi trasformo, mi integro, mi mischio e mi sento realizzato.



Ho vissuto al Villaggio Olimpico, a Monteverde, per un periodo a Forlì, poi all’Eur, a Boccea, di nuovo al Villaggio Olimpico e, infine, nel mio quartiere ideale, Garbatella.

E qui, me sa, ce metterò radici…


© Luca Attanasio 2020